Extramoenia
L'arte ...fuori dagli schemi
StreetView, la tecnologia di Google che parte dalle mappe e fa passeggiare click dopo click per le vie delle città fa un passo in più, ed entra in diciassette grandi musei del mondo.
La logica è sostanzialmente la stessa: ci si sposta nelle sale e nei corridoi così come si era soliti fare nelle piazze delle città, ma con l'aggiunta delle opere, visibili ad alta definizione, e l'inclusione di contenuti di approfondimento creati dal museo, come testi e video su youtube. E' una rivoluzione, ma l'aspetto innovativo non sta nella tecnologia quanto nel fatto che diciassette grandi musei abbiano acconsentito di proporsi su internet su un'unica piattaforma condivisa (quella di Google).
Ben diciassette grandi musei su un unico portale, esplorabili gratuitamente (almeno in parte, visto che le opere digitalizzate sono solo una piccola percentuale). Persino i chiusissimi Uffizi hanno spalancano i cancelli per affidarsi al tecnogigante, senza tutti i timori e le rigidità nel lasciarsi fotografare (sale, opere, corridoi) e pubblicare su internet che fino al giorno prima li avevano paralizzati. E pensare che nei musei italiani al visitatore non è ancora possibile fotografare alcunché - con o senza flash, nemmeno per ricordo.
Chiara la finalità promozionale dell'iniziativa: la potenza e la risonanza mediatica del progetto donano una visibilità senza precedenti ai musei partecipanti ed ai rispettivi siti web, ma si tratta comunque di una rivoluzione: un portale meta-museale che consente a chiunque di confrontare la pennellata di Van Gogh e quella di Cezanne istantaneamente, con pochi gesti.
Ma è forse qui si comincia ad intravederne il limite.
Google Art Project è un contenitore ipertestuale in puro stile Google: tutto è sullo stesso piano, e mancano i percorsi, mancano le guide. Deliberatamente, certo, perché si lascia che l'utente crei una propria collezione di opere a prescindere dal museo. E' la filosofia di Google. Ma la democratizzazione dell'arte non si riduce all'accesso alle opere.
Google non è interessato a proporre un taglio critico, o dei percorsi preferenziali. Non è un museo. Tra tanti capolavori a disposizione ci si ritrova presto a saltellare a caso, un po' sperduti, sempre al centro di infinite proposte, tutte egualmente vicine, tutte decontestualizzate. Un museo non è solo costituito da pareti, piedistalli e cornici: è un organismo attivo che deve poter parlare al visitatore, accompagnarlo, se lo desidera, in un percorso.
In Google Art Project c'è l'arte, ma manca il racconto. Il rischio di perdersi in un senso di vuoto quando la potenza tecnologica consentirebbe di vedere più di quanto forse si è preparati a cogliere, senza la possibilità di una guida. Il museo da contenitore diventa contenuto, uno tra tanti, e sparisce così come il filo del
discorso. Si passa da un quadro all'altro, da artista ad artista, senza preavviso. Non molti curatori museali si potrebbero trovare a proprio agio con un'ipertestualità tanto spietata.
La possibilità di avere una guida passo passo del visitatore, intesa come una qualche forma di percorso lineare assistito (audio, video), è ciò che manca a Google Art Project e a tutte le incarnazioni dei tour virtuali che proliferano da tempo.
Capire che la tecnologia, senza il racconto, non basta. Il far proprio il concetto che nell'arte, come nella storia, nella musica e nella letteratura, il contesto è necessario per capire ogni passaggio, e che è una cosa buona avere Van Gogh a 17 MegaPixel a soli due click, ma non serve a nulla senza punti di riferimento, senza avere la possibilità di potersi fermare ad ascoltare (o leggere), tra un click e l'altro. Si rischia di stare ad esaminare la pennellata di Van Gogh al microscopio e perdere completamente di vista la visione d'insieme (il percorso tra Impressionismo ed Espressionismo, lo spessore dell'artista, il contesto sociale dell'epoca, in significato della sua arte).
Google Art Project è il capofila di una rivoluzione incompleta: i musei stanno scoprendo internet, finalmente. ...E Google ha regalato a tutti i naviganti un'opportunità senza precedenti. L'impressione rimane però che l'opportunità tecnologica abbia trovato impreparati i musei, incapaci a trovare nel nuovo medium un linguaggio narrativo.
Certamente iniziative simili a questa prolifereranno, anzi saranno imprescindibili per i musei che desiderano proporsi e dialogare con il pubblico contemporaneo. Ma per il museo sul web, per l'arte nella rete, forse il format non è questo. Google ha dimostrato che le tecnologie esistono, e funzionano.
Non basta però pubblicare delle foto on-line per fare un museo globale. Servono racconti, discorsi, percorsi, contesto.
Da oggi più che mai sta ai musei dimostrare di sapere come creare un nuovo tipo di relazione con i propri visitatori, esprimere il loro ruolo divulgativo attraverso di esse.
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